Autore: davidax84

dodiodi

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Con la morte di Salvatore Riina si chiude un’epoca. Per Cosa Nostra, per la società civile, per un pezzo importante del Novecento italiano.

Alla fine si è arreso anche lui. L’indistruttibile, l’indomabile, il super-criminale che riscrisse la storia a modo suo. Era riuscito a sopravvivere al primo intervento chirurgico, pochi giorni fa, mostrando per l’ultima volta gli artigli. Non a caso era soprannominato “La Belva”. Non ce l’ha fatta con il secondo, e dopo cinque giorni di coma ha alzato bandiera bianca, il giorno dopo l’87esimo compleanno.

Era partita da una poverissima Corleone, la carriera criminale del capo dei mafiosi.

Erano gli anni ’50 e “’U curtu” (il corto, il “tappo”), sbeffeggiato così per quel suo metro e cinquantotto centimetri di statura, si stava già dando da fare. A guidarlo e a insegnargli il mestiere era Luciano Liggio, che lo condusse per mano nella prima grande battaglia della sua vita, quella volta a diventare i padroni del paese, spodestando il potente don Michele Navarra. Ci riuscirono nel 1958, e assieme a Riina crescevano altri criminali dalle poche parole ma dai molti fatti, come Bernardo Provenzano e Calogero Bagarella.

Da lì al cuore della Sicilia, Palermo, il passo fu breve.

Era ancora “Lucianeddu” il numero uno dei viddani, e dietro di lui i suoi fidati compaesani. Grazie alle abilità del malandato criminale (affetto dal morbo di Pott) e alle manovre politiche di un’altra pedina fondamentale come Vito Ciancimino, Riina e compagni riuscirono ad infiltrarsi gradatamente nelle logiche e nei giochi di potere della criminalità organizzata palermitana.

Una prima battuta d’arresto Totò Riina la conobbe nel 1963, quando venne arrestato in provincia di Agrigento sotto il nome di Giovanni Grande. Ma per uno come lui quello sarebbe stato un incidente, un banale contrattempo che non avrebbe fermato la sua scalata. Così, di fatto, avvenne.

Assolto nel 1969 nel processo di Bari, da lì in poi si rese irreperibile. E da lì in poi alzò il tiro. Quello stesso anno, infatti, passerà alla storia del crimine e delle investigazioni come quello della “strage di viale Lazio”: il commando corleonese, travestito da agenti di polizia, fecero piazza pulita del boss palermitano Michele Cavataio. Non scese dalla sua macchina, quella notte, Totò ‘U Curtu. Diresse le operazioni da lì, a testimonianza del suo illegale e feroce potere crescente in fase di coordinamento e organizzazione. Mandò uomini fidati a fare il lavoro sporco, uno su tutti il fidato Provenzano, che da quel giorno sarà noto come “’U tratturi”, perché massacrò personalmente Cavataio con il calcio di una mitragliatrice, prima di finirlo a colpi di pistola.

Intanto la fame di Riina cresceva.

Ormai Luciano Liggio, il suo vecchio capo, era diventato un peso: gli impediva di fare le cose in grande, gli impediva di fare la voce grossa con i palermitani, che non si erano mai fidati di quei provinciali dai modi grossolani.

Lucianeddu fu “misteriosamente” arrestato a Milano, nel 1974, e da quel momento il numero 2 dei corleonesi divenne il numero 1. Cominciò a parlare direttamente lui, con i suoi pensieri e con le sue idee. E mentre i vari Bontate, Inzerillo, Badalamenti, Di Cristina lo ascoltavano, cominciavano a chiedersi fra di loro quali fossero le sue reali intenzioni. Parlava sempre di pace e di alleanza, Riina, con i palermitani. Parlava di volere sempre il bene di Cosa Nostra e di pensare solo agli affari della Commissione. Le cose andarono diversamente.

Il primo a cadere fu il noto capo criminale di Riesi: Giuseppe di Cristina venne eliminato nel 1978, lo stesso anno in cui “La Belva” riuscì ad ottenere l’espulsione dalla Commissione di Gaetano Badalamenti. Sempre in quel cruciale ’78 venne messo a tacere un altro alleato dei palermitani, il catanese Pippo Calderone.

Il potere del capo criminale corleonese cresceva a vista d’occhio e, di pari passo, crescevano le preoccupazioni dei palermitani, con in testa Stefano Bontate, il “Principe di Villagrazia” che aveva sempre diffidato di Riina.

La mafia, in quegli anni Settanta, continuava ad arricchirsi sempre di più, spostando il baricentro dei suoi affari dalla speculazioni edilizie alle ben più remunerative partite di droga. Tradotto in poche parole, erano più “piccioli” per tutti, e la Belva non si accontentava più di averne una piccola parte, quasi un atto di elemosina che i palermitani concedevano ai “paesani”.

Quello che sembrava l’uomo intoccabile all’interno di Cosa Nostra, erede di un’immensa fortuna accumulata dal padre, in poco tempo non rimase più tale. Stefano Bontate venne trucidato il 23 aprile 1981, la data con la quale si fa tradizionalmente iniziare la seconda guerra di mafia, ma che in realtà si tradusse in una semplice e spietata mattanza messa a punto dai corleonesi. Passarono appena diciotto giorni e anche il principale alleato di Bontate, Salvatore Inzerillo, venne sfigurato dai devastanti colpi dei kalashnikov.

È un biennio d’oro illegale e di sangue, per l’efferato Capo criminale. In quel 1981-82 fa uccidere circa 200 mafiosi della fazione palermitana, mentre continua parallelamente l’attacco codardo agli uomini dello Stato e delle forze dell’ordine, con l’utilizzo delle più pavide tecniche d’omicidio: l’agguato, la bomba, la strage. La lista è tanto celebre quanto triste: Giuliano, Mattarella, Dalla Chiesa, Chinnici, Montana, Cassarà, per citare i più noti.

Al controllo del capo criminale Riina sfugge qualcosa, però.

Quel “qualcosa”, la girandola impazzita che fa saltare il banco, si chiama Tommaso Buscetta. Don Masino reagisce allo sterminio dei suoi familiari e per tutta risposta comincia a collaborare con i giudici di Palermo, scegliendo come unico referente Giovanni Falcone. Grazie, soprattutto, all’intuito e ai migliori metodi del Magistrato eroe di Palermo che, anche dopo essere scomparso, finirà per attanagliare anche Riina.

Buscetta vuota il sacco, svelando strutture, assetti e strategie mafiose fino a quel momento soltanto ipotizzate; non dice di volersi pentire, però, ma di non riconoscersi più in questa nuova mafia dal volto ancora più feroce, tutt’altra cosa rispetto ai tempi della cosiddetta “Onorata” società. “Chi ha tradito Cosa Nostra è stato Totò Riina”, ha sempre detto Buscetta, imputando al feroce criminale di Corleone l’ulteriore deriva sanguinaria che aveva preso la criminalità organizzata.

Le confessioni di Don Masino costituiscono l’ossatura del maxi-processo del 1986 e, come previsto, fioccano condanne su condanne, per i mafiosi già arrestati e per quelli ancora a piede libero.

A questo punto l’unica speranza, per il Riina, è la riposta nei suoi agganci politici. L’uomo della provvidenza avrebbe dovuto essere Salvo Lima, il parlamentare della DC che si era fatto garante per modificare in Cassazione le condanne del maxi-processo. Il 30 gennaio del 1992 avviene l’esatto contrario, con la conferma di tutte le sanzioni emesse in precedenza.

Riina non ci vede più. Il primo a pagare è proprio l’onorevole della Democrazia Cristiana, freddato all’uscita della sua villa a Mondello. È il marzo del ’92 ed è solo l’inizio di una nuova escalation di terrore.

Giovanni Falcone, che nel frattempo aveva accettato l’incarico di dirigere la sezione Affari Penali del Ministero, viene barbaramente ucciso insieme alla sua scorta il 23 maggio.

È “l’Attentatuni”. Anche questa è stata una scelta precisa e mirata di Totò ‘U Curtu: i conti, con il giudice palermitano, si dovevano chiudere in Sicilia, come una rinnovata prova di forza della mafia sul territorio.

Sono tre mesi intensissimi e drammatici.

Riina fa giungere alle forze dell’ordine, tramite il suo postino di fiducia Vito Ciancimino, il “papello”, un documento con tutte le richieste dell’efferato capo criminale per frenare la sua furia omicida. In cambio chiede la revisione del maxi-processo, l’annullamento del 41 bis, la revisione della legge Rognoni-La Torre, la riforma della legge sui pentiti, e molto altro.

Paolo Borsellino verrebbe a conoscenza della presunta trattativa e la strage scatta perentoria anche per lui, il 19 luglio in via d’Amelio. Anche se sarebbe già programmata a prescindere dalla presunta trattativa.

La stagione del terrore, quindi, prosegue, ma ormai il clima che si respira attorno a Riina è quella da caduta dell’impero romano, grazie anche a una presa di coscienza della società civile: l’imprendibile viene preso, all’alba del 15 gennaio 1993, in seguito alla collaborazione con le forze armate del pentito Baldassare Di Maggio.

Le immagini di quel piccolo e corpulento uomo anziano in manette fanno presto il giro del mondo. Il capo criminale recita subito la parte dell’agnello sacrificale. “Sono il parafulmine d’Italia, per tutte le accuse chiamano in causa me”.

Di fronte ai giudici, nel corso delle prime interrogazioni, si consuma uno squallido spettacolo. “Non conosco la mafia, non conosco questa Cosa Nostra”. Nega tutto, ‘U Curtu. Ogni tanto si scusa con la corte per il suo italiano stentato: “Sono un quinta elementare”.

Non parlerà mai, come era facile prevedere. Nessun pentimento. Nessun passo indietro. La baracca intanto passa nella mani di altri corleonesi, prima quelle violente di Leoluca Bagarella, poi quelle “sagge” ed “oculate” di Bernardo Provenzano. Ma per tutti è chiaro che è sempre lui, la Belva, a tenere le redini. Anche da dietro le sbarre.

Gli ultimi anni Riina li passa glorificando se stesso. Parla del “capolavoro” che ha fatto con Falcone, studia un piano per altri magistrati da eliminare. “Ho fatto la storia”, dice orgoglioso. Ma la storia l’ha fatta in realtà Falcone, l’ha fatta Pio La Torre, perché Riina rimarrà al 41bis fino alla morte naturale, ormai avvenuta. Il 41bis è il patibolo morale e materiale di uno Stato civile che, in questo, vince e stravince, se non la guerra, almeno la battaglia mortale con “La Belva”.

Adesso si chiude un’epoca. Eppure rimane una montagna di enigmi che forse non si risolveranno mai.

E rimane l’ultimo capo criminale di stampo mafioso ancora in circolazione, quel Matteo Messina Denaro che sembra aver scelto la lezione di Provenzano e non di Riina, con la sua invisibilità, la sua prudenza, il suo non esserci eppure il suo comandare.

Ma più di tutto rimane un dato: Riina muore in prigione, all’ergastolo, abiurato dalla storia e dalla civiltà.

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Provaci ancora, Trap

Trap

Chi te l’ha fatto fare? Sono in molti a chiederselo, dopo averlo sentito commentare i primi match della Nazionale italiana di calcio. Spento, ripetitivo, stanco, oggetto del ridicolo di mezzo mondo web, e laddove non c’era disprezzo era arrivata la pietà per le tante primavere sul groppone. Eppure Giovanni Trapattoni aveva lasciato, tutto sommato, un bel ricordo nella memoria storica dell’italiano-tifoso, nonostante come ct azzurro fece registrare punti assai bassi, tra un Mondiale finito presto e un Europeo appena cominciato (2002-2004). Ma la sua simpatia, la sua verve, i suoi modi proverbiali (divenuti un “totem” per Mai dire gol) avevano sopperito sempre i limiti tecnici e le testardaggini calcistiche, con il suo atavico catenaccio e un gioco poco proteso allo spettacolo e al ricamo estetico. Sembrava ormai scomparso dai radar del pallone, dopo gli ultimi exploit in giro per l’Europa (uno scudetto in Austria, miracoli sportivi in Irlanda) quando eccotelo lì, pronto a commentare la “sua” Nazionale. Probabilmente la passione per il calcio ha avuto la meglio sulla ragione, se le sue “pillole” in cabina di regia sono già divenute un caso da barzelletta per la Rete. Poco male, ad ogni modo. Per chi ama questo sport rimane ovviamente ben altro del Trap, i suoi fischi leggendari, le sue sfuriate, il suo modo tutto “naif” di intendere il campo da gioco. Un modo (e un mondo) probabilmente tramontati, legati a tessiture popolari, vicende umane e non finanziarie, un universo tutto cuore che con Internet e i social del terzo millennio hanno ben poco a che fare.

https://www.youtube.com/watch?v=4GESCUwCV5g